Sri Maha Bodhi – Il quarto stato di coscienza

Lo Sri Maha Bodhi è un Fico sacro (Ficus religiosa), situato ad Anuradhapura che è una delle antiche capitali dello Sri Lanka. E’ discendente diretto dell’albero originale indiano, sotto il quale Siddhartha Gautama ottenne il bodhi (illuminazione), e i conseguenti Nirvāṇa e status di Buddha.

Considerato l’albero più antico al mondo, è stato piantato nel 288 a.C., e costantemente accudito da un susseguirsi di monaci guardiani per oltre 2000 anni fino ai giorni nostri, anche durante l’occupazione indiana. Attorno ad esso nel corso dei secoli sono stati piantati altri alberi della Bodhi, derivanti dall’albero madre.

Sacro ai buddisti, induisti e giainisti, è chiamato anche “Ashwattha” che secondo il filosofo hindu Shankaracharya significa “quel che non resta uguale a domani”, come l’universo stesso. Fu portato nello Sri Lanka nel III secolo a.C. da Theri Sangamitta, figlia dell’imperatore indiano Asoka, e fondatrice di un ordine di monache buddhiste; poi piantato nel parco di Mahameghavana a Anuradhapura.

Oggi migliaia di devoti vengono a fare offerte, in particolare nei giorni di Poya (luna piena). L’ambiente circostante all’albero della Bodhi è carico di spiritualità, di fatti l’obbligo di stare a piedi nudi per accedere al tempio, e il profumo dei fiori di loto misto ad incenso come omaggio al Buddha, fanno sì che ci si riappropri del contatto con madre natura, il quale si è lentamente smarrito  tempo.


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A poison in my blood

A poison in my blood è il titolo di un progetto fotografico durato circa due anni vissuto insieme ad alcuni malati terminali afflitti dal virus dell’HIV.

Individui emarginati dalla società, invisibili, vittime, carnefici.

Alcuni, non più autonomi, conducono il resto dei loro giorni all’interno di strutture come le case famiglia gestite dalla Caritas Italiana.

Nel corso di questo periodo ho visto degenerare i corpi e le menti di queste persone, il virus come un lento veleno ha trasformato soprattutto la loro esistenza, nonostante ciò la speranza ed il messaggio trasmesso restano vivi per coloro che hanno voluto ascoltare la loro storia.

In questo lavoro non vogliono esserci prese di posizione, mi hanno insegnato ad ascoltare e a saper guardare più in profondità evitando ogni forma di giudizio.

Una linea sottile ci separa dagli emarginati, dai malati, dai miserabili. Ci sarà sempre un valore comune nell’uomo, che è la dignità.


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